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Improvvisamente quella nazione appare diversa ai miei occhi, alla mia percezione. Mi dichiaro comunista, mio padre è comunista, mio nonno era comunista come tutte le famiglie di origine marchigiana venute in Molise a coltivare le terre a mezzadria. Anche se, quando ho iniziato ad occuparmi di politica, l’Unione Sovietica era in avanzata fase di declino e Gorbaciov tentava di elaborare invano una soluzione capace di far coesistere socialismo e democrazia, noi comunisti percepivamo ancora le onde lunghe di quella forza propulsiva che ha costituito, per lunghi decenni, il punto di riferimento di gran parte del mondo oppresso per il proprio riscatto sociale. Da quella forza traevano linfa, anche segnandone contemporaneamente le distanze, le forze socialdemocratiche progressiste di cui gli odierni partiti democratici sono diretta emanazione: la grande Rivoluzione di Ottobre. Lenin parlava alle folle, ai cuori dei diseredati. Accese la speranza di un mondo nuovo per milioni di persone. Provocò rivolgimenti che culminarono con i “10 giorni che sconvolsero il mondo”. Ormai quella spinta si è esaurita. Assimilate le positività, ci ha lasciato nella memoria solo gli stravolgimenti negativi. Il mondo, da anni, non riesce più a trovare una strada che ci faccia progredire in maniera corale e si gira e rigira su se stesso provocando guerre, odio e fondamentalismi, ma nessuna “rivoluzione”. Oggi, quasi all’improvviso, succede qualcosa che spinge tutti a fermarsi, a girarsi – seppure per un solo attimo – a guardare, a riflettere. Si accende una nuova emozione, una nuova speranza che scuote il mondo. I problemi sono tanti e noti, le soluzioni non si conoscono ancora, ma tutto questo, per ora, passa in secondo piano. Un “nero”, Barack Obama, è presidente degli Stati Uniti. La Parola “Beati gli ultimi perché saranno i primi” sembra essersi attuata in Terra prima ancora che nel Regno di Dio. E gli ultimi di tutto il mondo festeggiano, cantano, danzano e non sono soli. Si uniscono a loro milioni di individui che ultimi non sono. E’ come se un muro, molto più grande e possente di quello di Berlino, sia stato abbattuto. E’ come se il Mar Rosso si aprisse di nuovo agli uomini liberando una strada su cui il popolo degli oppressi, il popolo della pace, del dialogo e della solidarietà possa trainare l’intera umanità. Signor Presidente degli Stati Uniti d’America, tu sai bene che non sei solo il capo dello Stato più potente del globo. Il mondo, e l’Africa in particolare, ha volto lo sguardo verso di te e spera di poter muovere i primi passi sulla nuova strada finora inaccessibile. So bene che questi miei pensieri non varcheranno mai i confini del Molise e, dunque, non ti raggiungeranno, ma non importa. Voglio danzare anch’io in questo giorno di festa e, per questo, ti rivolgo comunque i miei migliori auguri per un lavoro che è al di là di quello di un “semplice” Presidente. Se lo tsunami di speranze ed aspettative, provocato dal terremoto Obama, non si infrangerà contro il muro della conservazione e potrà rappresentare realmente e materialmente il nuovo “sol dell’avvenire”, sono pronto a non chiamarmi più comunista, ma “Obamista”. *Consigliere Regionale PRC-SE
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