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Uomini di partito e politici di tutte le parti hanno dichiarato, i giornali hanno scritto, tv e radio hanno parlato. Ora qualche partito sembra voler entrare direttamente nella questione. Da un po' di settimane, infatti, fanno notizia sui media le vendite di pane a 1 euro il chilo promosse, in varie città d'Italia, dai circoli locali del Prc-Partito di rifondazione comunista. Anche a Campobasso come a Roma, Milano, Napoli, Venezia, Ancona... i GAP (gruppi d’acquisto popolare), hanno venduto in piazza il pane "a prezzo politico": i promotori dell'iniziativa hanno indicato in complessivi 400 chili le pezzature vendute. Anche una formazione politica di opposto orientamento, Forza Nuova, si è attivata in altre città italiane più recentemente sullo stesso fronte, avviando una campagna nazionale per il pane a un euro il chilo. Il prezzo, questa volta, non è definito "politico", ma semplicemente "simbolico": per stare "concretamente al fianco della gente senza fare demagogia". Né a sinistra né a destra, in questo caso, si dà considerazione al fatto che anche i fornai fanno parte della "gente" e che iniziative del genere rischiano di avere effetti molto negativi su una categoria di lavoratori che si guadagna faticosamente la giornata, dando un non piccolo contributo all'equilibrio socioeconomico del nostro sistema civile. I maestri dell’arte bianca molisana si lamentano dell’iniziativa “pane a un euro” affermando che “anche oggi i soliti politici provocatori hanno dimostrato di voler agire senza un minimo rispetto delle regole, gettando ancora una volta fumo negli occhi della povera gente e fango nei confronti di un’intera categoria. Piacerebbe sapere da quelle persone, che riescono a vendere il pane a un euro al chilo i segreti di tale successo, visto che attualmente con quella cifra si riescono solamente ad acquistare le materie prime. Ci piacerebbe sapere, per esempio, come il pane sia arrivato nella piazza di Via XXIV Maggio di Campobasso. In che modo è stato venduto, con o senza scontrino/ ricevuta fiscale; ci piacerebbe sapere se indossavano guanti, copricapo, grembiuli, se vendevano il pane confezionato oppure era facilmente attaccabile da insetti e quindi se hanno rispettato le norme sulla sicurezza alimentare che tanto se ne parla, legge HACCP che costa ad ogni azienda media circa seicento euro all’anno; ci piacerebbe sapere se hanno ottemperato alle normative riguardanti la sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro; ci piacerebbe sapere se il pane offerto fosse fresco di giornata oppure fosse pane reso da altri negozi commerciali; ci piacerebbe sapere se la ditta fornitrice è in grado di rilasciare copie delle analisi effettuate sul prodotto pane e non solo, come ad esempio le analisi dell’acqua per la panificazione e le analisi microbatteriche effettuate su campioni di pane.”
Alcune dichiarazioni sono davvero esplicative. Per esempio: "Le immense risorse, comparse in questi giorni per salvare borse e banche, devono servire per aumentare salari, pensioni e bloccare i prezzi". Ma, se non si salvano borse e banche, insegna il ‘29 americano, tutta l'economia andrà a gambe all'aria. Oppure: "Le istituzioni devono intervenire per fissare, per legge, un tetto massimo al costo dei prodotti di consumo primari". Ma un provvedimento del genere, in un'economia di mercato e in un contesto globale, sconquasserebbe il sistema, con effetti assai più deleteri di quelli che si riscontrano oggi. Ma, stabilito che il pane venduto a un euro al chilo non consente la sopravvivenza a un'azienda artigiana del comparto, da dove arriva questo prodotto da un euro al chilo? Le risposte sono molteplici. A Bologna, come ha accertato un'indagine dei carabinieri, veniva preparato da una cooperativa i cui componenti lavoravano in nero. In certi supermercati si vende a un euro perché ha la funzione di prodotto-civetta: chi entra per comprare il pane, certamente spenderà anche per altre cose, con un bilancio complessivo che compenserà largamente il sacrificio imposto dalla promozione sul pane.
Nel caso del pane "politico", la situazione appare diversa. Si tratta, infatti, di un prodotto industriale comprato al prezzo politico di 80 centesimi di euro. Vendendolo al dettaglio a un euro (prezzo politico o semplicemente simbolico), si ottiene ancora un guadagno di 20 centesimi il chilo. Il consumatore può esserne attratto, ma la sfida è impari: i panificatori artigiani devono fare i conti con la realtà dei bilanci e non possono certo dare un salario "politico" ai propri collaboratori, ne pagare un prezzo politico per materie prime, energia e gasolio. Né pagare "politicamente" le tasse. Di questo dovrebbero tenere conto tutti i media che esaltano questo tipo di iniziative e anche le istituzioni alle quali, da tempo, la Federazione ha chiesto di dire pane al pane.
Comunque, manteniamo la fiducia di sempre nel consumatore, nei suoi gusti e nella sua capacità di scelta. Il pane artigianale si promuove da solo, tutti i giorni, su tutte le mense.
*presidente Associazione Panificatori Molisani
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